Analisi di un Mondiale e delle possibili infiltrazioni mafiose

 


I mondiali di calcio del 2026 si disputano tra Stati Uniti, Canada e Messico. Quando si parla di "infiltrazioni mafiose e grandi eventi del 2026", gli analisti guardano con estrema attenzione sia al macro-evento calcistico d'oltreoceano (per i flussi di scommesse e il riciclaggio), sia al fronte interno degli appalti edilizi e delle infrastrutture, sia alle attività di prevenzione per contenere il fenomeno. 

Abbiamo rivolto alcune domande al professor Vincenzo Musacchio, tra i più autorevoli studiosi di strategie di contrasto alla criminalità organizzata transnazionale a livello mondiale.

 

Professor Musacchio, i riflettori dello sport mondiale sono puntati sui mondiali di calcio in Nord America, ma dietro le quinte c'è un’altra partita, decisamente più opaca. A differenza della competizione calcistica, che vive di regole e trasparenza, questo evento gigantesco attira anche interessi criminali strutturati: qual è, dunque, il reale grado di attrazione delle mafie internazionali verso un appuntamento così importante ed economicamente significativo?

Le mafie oggi non hanno confini geografici, ragionano come holding finanziarie globali. Per un evento delle dimensioni dei mondiali 2026, l’interesse principale non è soltanto l’appalto del cemento per lo stadio – che viene gestito sul territorio dai cartelli messicani o dalle macro-imprese locali – ma l’enorme indotto immateriale. Parliamo di due asset fondamentali: il miliardario circuito delle scommesse clandestine e il riciclaggio di denaro sporco attraverso servizi collegati al turismo, ai diritti d’immagine, al ticketing illegale e al merchandising di contrabbando su scala globale. La logica è industriale: dove si creano milioni di transazioni in tempi concentrati, diventa possibile “camuffare” la provenienza dei capitali e farli transitare in filiere apparentemente lecite, riducendo la probabilità di intercettazione.

Nelle grandi manifestazioni sportive il pericolo principale è spesso legato alla “fretta” di finanziare e completare le opere pubbliche. In Italia lo abbiamo visto con le indagini della DIA sui cantieri delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 per infiltrazioni della ‘ndrangheta e per l’impiego del cosiddetto “metodo mafioso” nei servizi locali: sono scattate interdittive e arresti. Il punto non era soltanto la costruzione in sé, ma la gestione dell’intera catena del valore: subappalti, logistica, forniture, smaltimento rifiuti e controlli sul territorio. Esiste un parallelo con i mondiali?

Assolutamente sì, cambia soltanto la declinazione della minaccia. In Italia, con le Olimpiadi del 2026, abbiamo osservato il “metodo classico”: clan che tentano di aggredire la filiera dei subappalti, la logistica, lo smaltimento rifiuti e persino il controllo dei locali della movida nei luoghi dell’evento, come emerso dalle recenti inchieste in Veneto e Lombardia. Nei mondiali 2026 in Nord America, la minaccia connessa alle infrastrutture riguarda soprattutto il Messico, dove la commistione tra pezzi della politica e cartelli della droga costituisce un rischio sistemico. Ma per le organizzazioni criminali europee e italiane, il vero “core business” transnazionale legato ai mondiali è l’accordo con i cartelli sudamericani. I fiumi di denaro generati dall’indotto mondiale diventano carburante per ripulire i capitali del narcotraffico e reinvestirli nell’economia legale in Europa: non soltanto per “vivere” dell’evento, ma per trasformare il denaro sporco in potere economico duraturo.»

Si dice spesso che il calcio sia il veicolo perfetto per il riciclaggio di capitali illeciti. In che modo un evento del genere si trasforma concretamente in una lavanderia finanziaria?

Durante un mondiale, il volume di denaro che si muove in poche settimane è talmente mastodontico da rendere più semplice il mascheramento delle anomalie. I network criminali sfruttano le scommesse online e le piattaforme non pienamente trasparenti, spesso appoggiandosi a circuiti con licenze in paradisi fiscali o in Paesi con sistemi antiriciclaggio meno stringenti. In questo scenario, la cifra non “sembra” anomala perché rientra nella normale routine del mercato: variazioni di volumi, micro-transazioni e fluttuazioni di prezzo si confondono con l’andamento ordinario delle partite e delle quote. Un altro canale sotterraneo è l’acquisizione di quote di società di servizi, agenzie di scommesse fittizie o intermediazioni senza sostanza economica, oltre a circuiti informali di trasferimento fondi. Il calcio, inoltre, attrae sponsorizzazioni opache e flussi di valuta digitale: si possono creare, ad esempio, fatture per prestazioni inesistenti, consulenze “di facciata”, contratti di promozione mai realizzati o pagamenti legati a presunti diritti di immagine. Il risultato complessivo è una catena di passaggi che rende la tracciabilità un incubo per le autorità: dove la massa di transazioni è enorme, anche un controllo “puntuale” rischia di non essere sufficiente senza strumenti tecnologici e coordinamento.

Quali sono gli strumenti che le autorità internazionali stanno introducendo per arginare questo fenomeno? Bastano le attuali normative?

La cooperazione internazionale e lo scambio di intelligence in tempo reale sono le uniche vere armi a disposizione. Interpol ed Europol monitorano costantemente i flussi sospetti, ma la verità è che la normativa corre spesso un passo dietro la tecnologia e l’evoluzione delle strategie criminali. Mentre noi analizziamo i flussi bancari tradizionali, le mafie utilizzano criptovalute, strumenti di anonimizzazione e sistemi di messaggistica criptata per muovere grandi somme in tempi ridotti. Inoltre, i gruppi criminali tendono a frammentare i trasferimenti: operazioni minori, ripetute e distribuite su conti diversi rendono più difficile la ricostruzione del percorso del denaro. La lezione che emerge dalle indagini interne sulle Olimpiadi 2026 è che il monitoraggio deve essere preventivo e aggressivo: controlli a tappeto sulle catene societarie, verifiche stringenti sui titolari effettivi, analisi dei legami tra imprese apparentemente distanti e “alert” automatici sui flussi finanziari anomali. Se non si standardizzano queste difese a livello globale, i grandi eventi sportivi rischiano di rimanere la più grande opportunità di profitto per le mafie del ventunesimo secolo. In altre parole, il contrasto non può limitarsi alla repressione a posteriori: deve diventare una gestione anticipata del rischio, con regole comuni, banche dati condivise e protocolli operativi sincronizzati. La mafia non segue la bandiera dello sport, segue soltanto la scia del denaro. Laddove si concentra una massa enorme di capitali in tempi rapidi, l’infiltrazione criminale è una certezza matematica, non un’ipotesi. E proprio per questo i mondiali del 2026 non devono essere valutati soltanto come una manifestazione sportiva: devono essere trattati come un banco di prova internazionale, in cui la capacità di prevenzione e coordinamento può fare la differenza tra un evento trasparente e una gigantesca opportunità di profitto illegale.

Vincenzo Musacchio, docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al RIACS, Rutgers University of  Newark, è noto per il suo impegno nella lotta alle mafie e per la sua attività di formazione in ambiti riguardanti la cultura della legalità. Ha insegnato diritto penale in diverse università italiane e presso l'Alta Scuola di Formazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri in Roma. Attualmente tiene corsi negli Stati Uniti, insegnando tecniche di indagine antimafia a membri delle forze di polizia, inclusa la Polizia Metropolitana di New York. È ricercatore indipendente e membro ordinario dell'Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute (RUSI) di Londra. È stato allievo di Giuliano Vassalli e ha collaborato con Antonino Caponnetto. Concentra i suoi studi sulla criminologia delle organizzazioni mafiose e sul narcotraffico internazionale. È artefice di programmi educativi, come il progetto "Legalità Bene Comune" nelle scuole di ogni ordine e grado. Interviene regolarmente in trasmissioni televisive della RAI a livello nazionale come “Presa Diretta”, “Newsroom” e “Report” e su altre testate nazionali e locali per commentare vicende di mafia e criminalità. Ha scritto numerosi libri e articoli su temi di diritto penale e criminologia. Nel 2019 a Casal di Principe gli è stata conferita la Menzione Speciale al Premio Nazionale "don Giuseppe Diana" dai familiari del sacerdote assassinato dalla camorra. Il 27 dicembre 2022 il Presidente della Repubblica gli ha conferito l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Il suo lavoro contro le mafie gli ha causato minacce di morte, che non hanno comunque interrotto la sua attività antimafia.





Fonte Rainews