Trecentoquindici giorni. Poco meno di un anno. Un’eternità per molte cose, nel percorso accidentato di ogni esistenza: l’elenco sarebbe lunghissimo. Ma, proprio perché relativo, può anche darsi che si tratti di un tempo assai breve per recuperare da un infortunio terribile e frustrante. Ora, pensare che in un lasso così delineato si possa transitare da un letto d’ospedale, un calvario con tibia e perone fratturati e il crociato di un ginocchio a pezzi, all’oro olimpico sarebbe inimmaginabile per chiunque. Ma non per lei. Non per Federica Brignone, ragazza di città, milanese, classe 1990, nata a luglio, non d’inverno, non in montagna. Campionessa oltre la sofferenza. Campionessa di determinazione, volontà, fiducia. L’esempio prodigioso di chi sa declinare la speranza. La sua vittoria, netta, inequivocabile, nel SuperG olimpico di Milano-Cortina va oltre l’impresa sportiva. È qualcosa di più. Riguarda la vita, non soltanto lo sci. Riguarda il senso dell’umano, riguarda cosa significa una sfida che non si potrebbe vincere, razionalmente, ma che poi si riesce a vincere ugualmente, contro ogni pronostico. Federica è fuoriclasse non solo in gara. Lo ha dimostrato nei trecentoquattordici giorni che hanno preceduto la discesa. E negli attimi che si sono aperti, poi, a quell’apnea entusiasmante di quasi un minuto e mezzo. Perché cosa volete che siano, quegli ottantatré secondi, rispetto a trecentoquindici giorni, molti trascorsi in un letto d’ospedale, tanti altri assorbiti da una rieducazione travagliata, sempre con un tarlo, sempre con un sogno. Quella pista, quel traguardo, quella medaglia. Perché Federica, l’antidiva che preferisce fare un passo alla volta senza mai voltarsi indietro, ha voluto trovare un senso alla sua voglia, perché – parafrasando Vasco – la sua voglia un senso ce l’aveva e ce l’ha, eccome. Voglia di esserci, di vivere, anche di vincere – se possibile. Davanti al suo pubblico, davanti al capo dello Stato, che ha gioito e festeggiato con lei. “Ci contavo”, le ha detto al traguardo Sergio Mattarella con un sorriso largo così. E lei, di rimbalzo, con un sorriso altrettanto smagliante, sincero e bianco come la neve che ha attraversato da divina dello sci: “Io non così tanto…”. Perché la libera non era andata come avrebbe voluto, perché fino a due giorni fa la gamba le faceva male. E perché la pista era tutt’altro che semplice, tanto che la sua amica-rivale, così vicina e così diversa, Sofia Goggia, si è dovuta arrendere, lei come tante altre atlete pur accreditate e pronte al podio, la Aicher, la Ledecka.
“Ho voluto sciare morbida, fluida, non ho cercato la linea perfetta ma ho provato a fare tutte le curve il più veloce possibile… È qualcosa di incredibile, ho pensato a sciare e fare il mio massimo, ho detto ‘o la va o la spacca’, non pensavo di poter vincere l’oro. Non me lo sarei aspettata, è davvero qualcosa di speciale. Forse ce l’ho fatta oggi perché non mi mancava, sapevo di aver fatto il massimo, è stata la mia forza, mi valutavo un’outsider”. Ma una leonessa anche quando perde lo fa perché ha provato a vincere. In ogni modo, in ogni condizione. E Federica lo ha fatto, dalla prima porta. Lei che è figlia d’arte di Ninna Quario, slalomista sgusciante, elettrica, dei primi anni Ottanta, lei che ha già vinto medaglie olimpiche, titoli mondiali, conquistato successi in Coppa che manco più si contano, lei che ha attraversato il dolore e il riscatto, ha saputo mettersi in discussione, affrontare in gara un avvio difficile, riprendersi, trovare ritmo con coraggio e armonia, chiudere con un tempo imbattuto. E prendersi l’oro a 35 anni nella conca di Cortina, come raccontano i nostri Emanuela Audisio, Mattia Chiusano, Cosimo Cito e Concetto Vecchio, un oro che odora di vita vissuta, tra cadute (non solo metaforiche) e risalite. Tanto che brilla più e meglio di altri, a impreziosire un’Olimpiade che ci parla molto di donne straordinarie (da togliere il fiato la doppia cavalcata d’oro di Francesca Lollobrigida e l’infinita carriera di Arianna Fontana), e parla molto bene l’italiano.
Fonte Repubblica
