Cobolli-Arnaldi, ci siamo: semifinale storica al Roland Garros

 


Papà Stefano guarderà la partita dal box del Philippe Chatrier, insieme al resto della squadra. E pazienza se Flavio, in campo, lo ignorerà. Papà Fabrizio invece sarà sul divano davanti alla tv, abbracciato alla moglie, e «un defibrillatore a portata di mano»: alla vigilia Matteo era troppo concentrato per telefonargli, non importa. Cuori di padri. I loro due ragazzi, che sono amici fin dall’infanzia, oggi alle 19 si giocano la finale del Roland Garros a Parigi. Arnaldi e Cobolli. Una storia italiana.

Arnaldi raccontato dal papà Fabrizio

«Da adolescente era più piccolo e magrolino dei coetanei con cui giocava: Jannik, Lorenzo, Flavio. Credo sia stato allora che ha sviluppato questa grinta: la voglia di battersi comunque, sino in fondo». Fabrizio Arnaldi racconta il figlio. «Gli ho fatto praticare tutti gli sport, senza forzarlo: calcio, judo. A 3 anni sciava già. A Sanremo c’è il mare, nuotava forte ma in allenamento si annoiava: so cosa vuol dire, ho fatto i campionati italiani. Ha scelto il tennis perché gli piaceva scherzare, giocare con gli altri bambini». Fabrizio li scarrozzava in giro per i tornei. «Erano sempre allegri, più o meno tutti della stessa età: chi avrebbe mai potuto immaginare che sarebbero diventati i padroni di questo sport? Quando li ho visti per la prima volta insieme, in Davis, mi sembrava un sogno».

Confessa che l’altra sera, durante il match-maratona con Tiafoe, ha sofferto da morire. «A un certo punto non credevo potesse farcela. Però finalmente vedevo Matteo giocare il suo tennis e sorridere, parlare col suo team, dopo tanto soffrire: negli ultimi 6 mesi non era mai riuscito ad allenarsi, ad esprimersi. In quel periodo stavo male per lui».

Invece un po’ se l’aspettava, che battesse Berrettini. «Doveva farlo muovere per il campo, obbligarlo a giocare sempre una palla in più. È andata così, ma che fatica». In questi giorni è stato in campo 19 ore e 42 minuti, e non ha mollato mai. «Sono sempre stato un grande agonista. La testardaggine invece l’ha presa da sua madre, Silvia: che fa l’infermiera, e gli ha trasmesso anche la voglia di aiutare gli altri. L’ho fatto studiare in una scuola pubblica, ha preso la maturità scientifica: ci voleva un piano B. Non avevamo grandi mezzi: a 16 anni una volta è andato a giocare da solo in Georgia, è sempre stato coraggioso».




Fonte Repubblica