25 giugno 2017


"La camorra c'è sempre stata e sempre ci sarà, perché con la camorra la gente mangia. Per me non c'è bisogno di libri o di film per capire qual è la situazione. Io per quelle strade ho vissuto".

Il 26 maggio 2008, l'attaccante Marco Borriello descriveva così l'ineluttabilità della camorra.

Ma quello non era solo lo sfogo rassegnato di chi l'aria della malavita l'ha respirata sin da bambino, a partire dai giorni in cui tirava i primi calci sui campetti di San Giovanni a Teduccio. Era qualcosa di più. In quegli anni, almeno a leggere i fascicoli di polizia e carabinieri, suo padre, Vittorio Borriello, detto 'Biberon', prestava soldi a usura alla gente di un quartiere controllato dal clan Mazzarella. Un'attività florida ma anche pericolosa che lo farà finire sotto processo per associazione mafiosa (sarà assolto) e lo farà scomparire il 22 dicembre 1993. Nel vero senso della parola.

Perché da quel giorno di 'Biberon' si perdono le tracce. Quello che era successo lo racconterà molti anni dopo un ex direttore di banca, un tempo pezzo grosso della Dc casertana: il pentito Pasquale Centore. Nel 1999 Centore, che ha accumulato un patrimonio di 100 miliardi di lire trafficando con i narcos colombiani, viene arrestato e confessa di aver ucciso il padre del calciatore. Gli ha sparato, dice, nell'agenzia che Centore gestiva in centro a Napoli. Vittorio Borriello, che il pentito nelle sue deposizioni definisce 'un boss', è lì per pretendere 300 milioni di lire come interessi su un prestito.

I due litigano, Centore dice di aver sottratto a Borriello l'arma che aveva con sé e lo ammazza. Poi, con l'aiuto di un commesso (che morirà suicida in cella), porta via il corpo e lo seppellisce sotto la sua villa.

Fonte: espresso.repubblica.it