10 gennaio 2014


Chi ha vissuto il calcio degli anni ’80, non potrà dimenticare le rivalità al vetriolo tra terzini e mezze punte, tra i vecchi stopper e gli attaccanti, con la lingua schiacciata sotto i tacchetti e i pensieri più pericolosi da tendere all’avversario da un momento all’altro. Ma erano pure gli anni del calcio che sapeva stupire, del pallone in preda ai capricci del potere, e allo stesso tempo della sorprendente umanità separata dalle direzioni del business, di quel football che sapeva riservare gli epiloghi più inattesi. Gli anni del Napoli e del Verona campioni d’Italia.
Solo chi ha vissuto il calcio delle divise strette addosso, delle mise aderenti e minimaliste, di lana d’inverno e di cotone d’estate, può ricordare con un po’ di nostalgia formazioni che annoveravano calciatori che oggi sarebbe impossibile riuscire a far militare in squadre di provincia.
Il Verona del campionato 84\85 aveva Briegel, Fanna, Galderisi e il fenomeno Larsen Elkjiaer, il danese uscito dal castello di Elsinore per far vivere ai tifosi del Verona sogni shakespeareiani.  Nella stagione 84\85 gli almanacchi entrarono in tipografia per farsi marchiare lo scudetto del Verona, senza che stavolta Milan, Inter e Juventus, le società che di fatto detengono quasi tre quarti di albo d’oro del calcio italiano, avessero fatto da padroni.
In quegli anni, quelli dell’outsider Verona incredibilmente campione, il Napoli aveva già speso un’ira di dio per portare in azzurro la divinità Maradona, piano piano costruendogli intorno la squadra per la lotta al titolo. Eppure, marcata dalla rivalità tra le due tifoserie, quell’incredibile successo del Verona, allenato da Osvaldo Bagnoli, allontanò ancora di più il sogno partenopeo di vedere un giorno lo scudetto sulla maglia, nonostante l’arrivo a suon di miliardi, di manovre politiche, di raccomandazioni e di garanzie del Banco di Napoli, del “Pibe de oro” eletto dalle preghiere azzurre come emissario della gloria.
Invece, ancora più inaspettatamente, negli anni a venire, lo stadio Bentegodi sarebbe diventato paradossalmente il luogo più significativo della storia recente del calcio Napoli e dello stesso Verona. Gli dèi del futbol se la sarebbero spassata a tessere trame clamorose e paradossali, dentro un mezzo decennio di parabole rivoluzionarie per il calcio italiano.
E non passò molto tempo per dare al popolo napoletano una gioia attesa sessant’anni. Infatti, il campionato 86\87 portò il tricolore all’ombra del Vesuvio. Nel 1987, un’altra outsider, che negli anni precedenti aveva più volte sfiorato il successo in campionati persi nelle ultime giornate, aveva scritto il suo nome nell’albo d’oro. Se una squadra del nord aveva firmato l’interruzione delle grandi della seria A, stavolta a farlo era stata, per la prima volta, una città del sud, riscattando, così, decenni di delusioni. Ma il bello doveva ancora venire, perché fu nei campionati successivi che la serie A fissò i punti di quella spettacolare triangolazione che avrebbe consegnato a Napoli, Verona e Milan gioie e delusioni, sconfitte e rivincite.
Andiamo per ordine:
Campionato 87\88, il Napoli ha due punti di vantaggio sul Milan (campionato con vittoria a due punti), e il “Ciuccio”, a 4 giornate dalla fine, va di scena al Bentegodi di quel Verona che pochi anni prima aveva scritto uno dei più celebri “inediti” calcistici. Maradona porta in vantaggio il Napoli, ma i gialloblu, che hanno bisogno di punti per la lotta salvezza, trovano il gol del pari, mettendo lo sgambetto al Napoli che si vede rosicchiare il punto della scia dal Milan vittorioso nel derby. Il Bentegodi è la Lipsia del Napoli, che fino a poche settimane prima aveva dominato il campionato. La domenica successiva, a un punto dalla squadra allenata da Bianchi, gli uomini di Sacchi vincono 3-2 al San Paolo, compiendo il sorpasso decisivo ai danni dei rivali. Il “Diavolo” sarà campione d’Italia e al Napoli resterà la beffa di una discussa e clamorosa rimonta.
Campionato 89\90, gli anni ottanta sono finiti e l’epilogo non può che riservare un’altra clamorosa sorpresa. E con chi, se non con le squadre maggiormente protagoniste del decennio appena andato.Napoli, Milan e il Verona, con quest’ultima ormai non più tra le grandi, a fare ancora una volta da protagonisti. Come? Penultima giornata di campionato (sempre torneo a due punti), il Napoli sbanca Bologna, e a Verona, che anche in questa occasione ha disperatamente bisogno di punti per salvarsi, il Milan perde la partita e la testa, vedendo sfilare via il “Ciuccio” autore di un’insperata rimonta, simile a quella che pochi anni prima i rossoneri avevano realizzato a danno degli azzurri. Grazie alla vittoria del Verona sul “Diavolo”, ancora al Bentegodi, il Napoli stacca a più due la squadra di Sacchi e vince il suo secondo scudetto la domenica successiva. Questa volta il Bentegodi è la Waterloo del Milan rimontato. Paradosso vuole che il “favore” che i veronesi fanno al Napoli ai gialloblu non basta, perché gli scaligeri retrocedono ugualmente all’ultima giornata, servendo ai napoletani la doppia gioia dello scudetto e della retrocessione dei rivali veronesi, col contorno dell’ovvio sconforto della tifoseria che per anni aveva sempre riservato ai napoletani poche “tenerezze”.
Adesso il Napoli e il Verona hanno messo da parte i vecchi confronti. La loro storia interrotta ha messo tra i ricordi quelle giornate indimenticabili, di quegli indotti clamorosi del calcio che non c’è più. Ma come ha detto pure Umberto Eco, non è cosa sbagliata andare di memoria, senza dimenticarsi che per alcuni anni, il calcio italiano ha scritto un romanzo di sorti prestate al tema dell’incredibile, in un panorama di campioni eterni e dimenticati, condito da una rivalità – quella tra Napoli e Verona ancora accesissima – che supera il confine del terreno di gioco, marcando il margine indelicato di quello che oggi troppe volte viene trattato o raccontato con leggerezza. Si perda pure dietro volgari tentazioni chi vuole rovistare in certi bauli. “Andando di memoria”, forse il meglio non va mai perduto.

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Scritto da Sebastiano Di Paolo per Canale Napoli